Croazia momento opportuno

Nella cittadina di Traù, Kairós, ritratto in un bassorilievo, invita
ad afferrare il suo ciuffo ribelle. A cogliere l’attimo
che la cultura del luogo identifica con l’intervento della grazia

testo di Alberto Guidovich

Trogir/Traù, Croazia. Terre di frontiera, per lungo tempo appartenute al leone di San Marco. È qui, sul marmo di un bassorilievo conservato presso il convento benedettino di San Nicola, che riconosciamo la divinità col ciuffo sulla testa così come doveva averla immortalata lo scultore Lisippo in epoca ellenistica. Emblema di un tempo asimmetrico, qualitativo, psicologico a differenza del tempo omogeneo e quantitativo simboleggiato dalla consustanziale divinità Kronos, il nume pagano Kairós si trova in perfetta armonia in questo contesto cristiano. Dove il «momento opportuno» s’identifica con l’intervento della grazia o, per usare l’immagine di un grande pensatore cristiano come Kierkegaard, con il «salto» che separa il tempo delle tenebre da quello della salvezza. Nel cristianesimo orientale, presente in queste contrade interessate dalla cultura glagolitica con modalità che ci piace definire carsiche, la manifestazione della grazia e l’occasione per afferrare il ciuffo ribelle sulla fronte di Kairós sono quanto mai legate alla dimensione della quotidianità e di una natura vibrante, spiritualizzata.

Fondata dagli antichi Greci nel 1420 con il nome di Tragurio,

prospera sotto la  Repubblica di Venezia. – Traù, Croazia 

 – Traù, Croazia

L’immanenza della rivelazione è un vero e proprio leitmotiv delle lettere slave, dalla Austerlitz di Guerra e pace fino ai tetri bassifondi narrati da Dostoevskij. Da L’angelo sigillato di Leskov a Scolpire il tempo di Tarkovskij, nei cui lungometraggi il mondo (sia che si tratti della Russia medievale di Andrej Rublëv sia del misterioso pianeta Solaris) viene presentato come il palcoscenico dell’errare/errore umano, inevitabile fino all’incontro con la grazia. Quando leggiamo certe pagine dei mistici cristiano-orientali, del russo Tolstoj o del greco Kazantzakis, percepiamo il tempo della salvezza hic et nunc, lontani da un’escatologia che proietta il senso dell’esperienza umana nella costruzione della Gerusalemme celeste. Forse, l’Inferno e il Paradiso sono qui. O forse non esistono, come vorrebbero certe antiche eresie orientali. Una di esse, condannata dal Concilio di Costantinopoli del 553, predica l’apocatastasi, ossia la reintegrazione finale dell’umanità intera, tanto dei santi quanto dei peccatori. Secondo certi esegeti tale eresia farebbe capolino persino nella Divina Commedia, dove Dante l’avrebbe premurosamente dissimulata per non rischiare di finire sul rogo.

Il dio Kairós scolpito nel marmo

Bassorilievo in marmo,risalente all’inizio del III secolo a.C. che raffigura Kairós. Si trova nel convento benedettino della chiesa di San Nicola, a Traù.

Rimarrebbero nondimeno alcuni indizi, per esempio la struttura innegabilmente speculare d’Inferno e Paradiso nella cosmologia del poema sacro, nonché il carattere teatrale, da impalcatura di fiera paesana dell’Inferno dantesco, culminante nella descrizione del macchinale, quasi marionettistico, Lucifero nel Canto XXXIV. Ecco che con questa declinazione il tema del kairòs trova spazio e significato in Oriente, con un destino filosofico e teologico differente rispetto al suo corrispettivo «occidentale». In questo senso, ci sembra particolarmente sintomatico che lontani echi apocatastatici si avvertano in Processo a Volosca, capolavoro quasi dimenticato dello scrittore di confine Franco Vegliani. In questo romanzo, ambientato nei dintorni della croata (allora italiana) Fiume, si parla di un anziano giudice pentito di aver condannato a morte un giovane omicida. L’episodio scatenante della conversione è apparentemente banale: durante una gita fuori porta il vecchio magistrato si commuove nel vedere una capretta che lecca indistintamente il palmo della mano di chicchessia. Dei buoni come dei cattivi. Dei benefattori come degli assassini. È un caso di sicuro fortuito, ma suggestivo, che Tragourion, nome greco di Trogir, significhi pascolo delle capre. E che il simbolo tradizionale dell’Istria, tanto vicina ai luoghi appena descritti, sia proprio una capra color oro. Come dorato è lo sfondo delle più antiche icone ortodosse, del tutto indifferenti alla descrittività paesaggistica in favore di una tensione volta ad attingere l’eternità, dimensione trascendente le categorie spaziotemporali.……PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO ACQUISTA IL MAGAZINE 

La targa con la scritta in croato Collezione d’arte Kairos nel museo benedettino della Chiesa di San Nicola della città croata di Traù.