La rivincita dell’Ozio

Una malevola interpretazione l’ha tramandato alla modernità come «il padre dei vizi». In realtà, l’otium è la condizione naturale dell’uomo di pensiero, ovvero di colui che non deve sprecare la vita inseguendo le basse pratiche manuali del negozio (nec-otium).

testo di Mattia Schieppati styling Camilla Gusti foto di Roberto Sorrentino

Una virtù, insomma, che solo con sensibilità culturale e tanta tanta pratica si può trasformare in un punto di forza della propria personalità. Soprattutto oggi, condizionati da agende fitte di impegni e schiavi di una vita sempre connessa, è fondamentale sapersi ritagliare spazi e modi per dedicarsi all’ormai dimenticata arte della riflessione. Mettendo a frutto quelle ore che ci regaliamo sganciandoci dal vortice dei doveri. Perché, come diceva il saggio, «non c’è mai abbastanza tempo per fare tutto il niente che vuoi»e proprio vogliamo andare alla radice della questione, non possiamo che prendercela con quella viziosa di Eva e con quel fesso di Adamo. Che per una mela tolsero all’umanità una vita divinamente pensata per essere trascorsa nella più completa assenza d’affanni. E invece ecco il serpente, ecco la mela, ed ecco il Guardiano del giardino che, indispettito, condannò l’uomo di lì in poi a procurarsi il pane «col sudore del volto per tutti i giorni della tua vita». Fine della pacchia. Quell’urlo divino generò la separazione tra atarassica beatitudine e fatica. Se partiamo dall’etimologia latina, infatti, è evidente come l’ozio sia la condizione naturale dell’uomo, mentre tutto quello che viene poi sia innaturale: nec-otium, italianizzato in «negozio», ovvero traffico, lavoro, impegno dovuto alla necessità di procurarsi di che campare. Un qualcosa che si fa con fatica e controvoglia, perché nega la libertà di una vita oziosa. Scavando ancora più a fondo, otium deriverebbe da autium, a sua volta disceso dal verbo aveo. Che significa, pensate un po’, «sto bene». Altro che situazione neghittosa, morbosa condizione di stagnazione fisica e mentale che produce vizi, come poi volle la vulgata passata attraverso il pensiero cristiano, sempre pronto a censurare le più semplici attitudini umane (come, appunto, l’oziare). Il tema è passato attraverso poeti (pensiamo a Orazio, tanto per stare ai latini, o al buon Giacomo Leopardi: «È tutta, in ogni umano stato, ozio la vita…»).

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E poi filosofi di tutte le epoche, teologi e sagaci aforisti (come potrebbe mancare, in questo elenco, l’acuto Oscar Wilde, che ci ricorda come «Il non fare nulla è la cosa più difficile del mondo»). Perché da sempre il tema stimola la riflessione dell’uomo comunque e sempre costretto, salvo pochi casi fortunati, a sbarcare il lunario con il biblico «sudore della fronte». Ed è un tema che assume un valore interessante oggi, nell’epoca in cui anche i lavori fino a qualche decennio fa considerati intellettuali, e quindi etimologicamente oziosi, sono entrati a pieno titolo nel meccanismo perverso della produttività e della mercificazione. Siamo così ossessionati dalla mancanza di tempo cui ci costringono i mille impegni quotidiani da sentirci quasi in colpa quando abbiamo un momento libero, per oziare liberamente e dedicarci a svaghi di pensiero.

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Tanto che non siamo più quasi nemmeno capaci di godercelo, il tempo dell’ozio, e lo etichettiamo non come tempo libero, ma come tempo perso. C’è forse una sola categoria di persone che ha mantenuto ancora oggi vivo il valore, alto e positivo, dell’ozio latinamente inteso. L’otium nella Roma repubblicana e poi imperiale era il tempo che l’uomo d’alto lignaggio dedicava alla vita pubblica, impegnato in ruoli e cariche a beneficio dello Stato (questa teorizzazione si deve a Lucio Anneo Seneca, autore dell’opera De Otio). E così il senatore, chiuso da mane a sera in Senato con i colleghi intenti a decidere le sorti di Roma, era la persona che più di ogni altra dedicava la sua intera giornata all’ozio nella sua massima espressione. Pensateci bene, la prossima volta in cui inveirete contro i politici fannulloni………PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO ACQUISTA IL MAGAZINE 

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