L’inventore della puntualità

Fu Giovanni Calvino, nella Ginevra del XVI secolo, a imporre il rispetto meticoloso dell’orario come regola necessaria all’ordine sociale. Una forma di rispetto per «il tempo donato da Dio» diventata principio di buona educazione. Una virtù ormai perduta

di Mattia Schieppati

Reverso Tribute Gyrotourbillon

Platino – serie limitata a 75 pezzi

Jaeger-LeCoultre

Slono sempre puntuale. Se ritardo è perché sono morto». Lo dice Sean Connery, non nei consueti panni del James Bond intento a salvare il mondo all’ultimo secondo, ma in quelli del distinto baronetto di Sua Maestà che, anche per questo ferreo principio di sana e corretta educazione, è considerato uno dei simboli senza tempo dell’eleganza e del savoir-faire maschile. Una frase che ribalta il ben più snobistico motto del sovrano di Francia Luigi XVII («la puntualità è la cortesia dei re») e va, con ironia e molto probabilmente in maniera inconsapevole, al cuore teologico di un principio considerato oggi semplicemente di «buona creanza», mentre in realtà porta con sé un valore assoluto che va al di là delle agende quotidiane e delle sbuffanti attese trascorse maledicendo il ritardatario.

«L’attesa», dipinto di Felice Casorati. L’effetto estraniante del fuori scala conferisce all’opera un’atmosfera carica di sospensione

Giovanni Calvino. Nato a Noyon, in Francia, nel 1509, chiedeva una profonda riforma della Chiesa cattolica

«Eterna attesa» opera di Sasha Vinci, rappresenta l’annullamento della fisicità che il tempo consuma, sfilaccia

 Ovvero, il tempo è un dono di Dio, Lui lo dà e Lui lo toglie (unico ritardo ammesso, appunto, è post mortem, quando la gestione del tempo non è più affar nostro…). Nel frattempo, durante il nostro transito terrestre, sta a noi usarlo bene, in primis non perdendolo né facendolo perdere ad altri in inutili attese. A incardinare nella dottrina il fatto che la via per il paradiso passi per il rispetto dell’orario fu, nel corso del XVI secolo, nientemeno che Giovanni Calvino, umanista e teologo, fuggito dalla Francia a Basilea prima e a Ginevra poi per scampare alla repressione antiriformista, ma soprattutto per dare fondamento e applicazione in un territorio libero da condizionamenti pontifici alla dottrina riformata che, da allora, porta il suo nome.

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Il fastidio dell’uomo di cultura per il tempo perso è un leitmotiv che attraversa la storia e la letteratura, va dalla latinità di Plinio fino agli umanisti, a Erasmo e oltre. La corrente di pensiero protestante, e soprattutto Calvino e i riformati ginevrini, si appropriano di questo tema per combattere il vizio dell’ozio (notoriamente padre dei vizi) opponendogli un valore positivo: la puntualità. Come racconta Max Engammare, storico e teologo, nel suo saggio L’ordine del tempo, il Calvino che sbarca a Ginevra, in una città dove gli abitanti locali si trovano improvvisamente a convivere con un gran numero di rifugiati ugonotti provenienti dalla Francia meridionale, ha il problema di costruire l’identità di questa variegata popolazione dando una sterzata netta rispetto alla secolare tradizione cattolica che sta loro alle spalle: il punto di raccordo e di emanazione di questa nuova identità è il sermone quotidiano, momento privilegiato per trasmettere dal pulpito e far depositare via via nelle abitudini, e nelle coscienze, il nuovo sentimento di comunità.

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Un’operazione sociale e politica, oltre che religiosa in senso stretto. E che c’entra con tutto questo la testardaggine con cui Calvino sottolinea il dovere della puntualità? Come spiega Engammare, «l’esigenza di puntualità e la volontà di un culto reso a Dio con la comunità completamente riunita provano a rompere con la pratica cattolica dei fedeli che entravano in chiesa solo al momento dell’elevazione, molto dopo, dunque, l’inizio della messa». Se per i cattolici di culto romano il rispetto dell’orario, anche quando si tratta di un orario sacro come quello della messa, non è poi una variabile così stringente, per il calvinista l’essere puntuale diventa invece un obbligo morale, un segno tangibile dell’onore reso a Dio (che non per niente viene indicato come il Grande orologiaio…). Ma Calvino e i teologi che stanno plasmando la nuova comunità non si accontentano della docile puntualità dei fedeli sulle panche durante il sermone. La puntualità diventa un dovere sociale. Anche in questo caso, per reazione diretta alla secolare mentalità cattolica. Se infatti, osserva Engammare, «la spiritualità cattolica (e soprattutto gesuitica, cui era demandata buona parte dell’educazione dei giovani) si esprime nello spazio, quella riformata si esprime di più nel tempo».……PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO ACQUISTA IL MAGAZINE 

«Concetto spaziale. Attese» 

– Lucio Fontana