Vite al photofinish

Il campione che vuole entrare nella leggenda
non deve solo vincere. Deve fare il record.
Ecco la storia di un’ossessione fatta di millesimi
di secondo e di tecnologie sempre più
precise per misurarli. Così ai prossimi Giochi
di Rio ci si prepara a scrivere la storia

testo di Giancarlo Maresca foto di Laila Pozzo

Il tempo, per chi fa sport, può diventare un’ossessione. Per chi corre, nuota, rema o pedala si trasforma facilmente in motivo di depressione, esaltazione o sopravvivenza. È come un voto di maturità. Comunque sia andata non lo dimentichi. Magari non lo racconti, ma questo è un altro discorso. Quando sei ancora un ragazzo, con un sacco di sogni di gloria, un tempo giusto può aprirti le porte del paradiso. E una volta che corri o nuoti in quel paradiso ti ritrovi a inseguire altri tempi. Per volare sempre più in alto, per raggiungere il sogno più grande di ogni sportivo: la partecipazione ai Giochi olimpici. Si chiamano minimi olimpici. Se il cronometro ti boccia non c’è raccomandazione che tenga. Sei fuori. E, comunque, anche se sei dentro, sei soltanto all’inizio. Perché ci sarà sempre un tempo a raccontare chi sei. Record italiano. Record continentale. Record mondiale. Record olimpico. Un esame continuo con il cronometro come professore. Puoi battere gli avversari, dominarli, ma senza il beneficio del cronometro la gloria finirebbe lì. È il tempo a proiettarti fuori dai tuoi confini, a trasformarti da atleta della domenica a atleta di interesse nazionale. È il cronometro a mettere il timbro sul tuo passaporto olimpico. È il cronometro a rendere paragonabili tra loro gare che si svolgono da una parte all’altra del pianeta, a fare le liste mondiali, classifiche che ogni esperto tiene sempre sott’occhio.

Una corsa nella leggenda

Carl Lewis durante le Olimpiadi di Los Angeles 1984, dove conquistò 4 ori (100, 200, 4×100, salto in lungo)

Un esame continuo con il cronometro come professore. Puoi battere gli avversari, dominarli, ma senza il beneficio del cronometro la gloria finirebbe lì. È il tempo a proiettarti fuori dai tuoi confini, a trasformarti da atleta della domenica a atleta di interesse nazionale. È il cronometro a mettere il timbro sul tuo passaporto olimpico. È il cronometro a rendere paragonabili tra loro gare che si svolgono da una parte all’altra del pianeta, a fare le liste mondiali, classifiche che ogni esperto tiene sempre sott’occhio. Naturalmente non è stato sempre così. Gli antichi Greci, inventori dei Giochi e della parola cronometro (cronos, tempo, e metron, misura) non utilizzarono mai il tempo per decretare i vincitori.

1948. Ai Giochi di Londra per la prima volta viene usata la tecnologia per registrare il fotofinish. Lo strumento predisposto da Omega si chiama Magic Eye.

Il fondello dello Speedmaster Mark II Rio 2016 di Omega con stampato il logo dei Giochi olimpici.

1932. Alle Olimpiadi di Los Angeles per la prima volta un’azienda privata, Omega, svolge il ruolo di timekeeper. Fornisce 30 cronografi in grado di registrare il decimo di secondo.

1984. Ancora Los Angeles, ancora innovazione. Omega introduce un sistema di sensori che consentono di registrare le false partenze nelle gare di velocità.

Omega Seamaster Diver 300 m Rio 2016, con cassa in acciaio di 41 mm, ghiera girevole in ceramica, indici smaltati con i colori di Rio; movimento a carica automatica; prodotto in 2016 esemplari (4mila euro).

Fino ai Giochi del ’28 (Amsterdam) e solo nel 1932 a Los Angeles il cronometraggio olimpico fece il suo viaggio nel futuro con la Photo-electric camera, una «camera a due occhi» inventata da Gustavus Thaddeus Kirby per registrare il centesimo di secondo che era già stata utilizzata ai Giochi invernali di Chamonix del 1924. Ai Giochi di Londra 1948 il primo fotofinish sostituisce il filo di lana con le fotocellule. Viene chiamato Magic Eye. Nel 1952 a Oslo comincia l’era del quarzo e dell’elettronica. Nasce il fotofinish, chiamato Racend: mostra le frazioni di secondo sotto l’immagine dell’atleta che taglia il traguardo. Nel 1964 da Tokyo arrivano le prime immagini televisive con crono incorporato grazie all’Omegascope. La rincorsa al miglioramento è continua e costante. A Lake Placid nel 1980 e poi a Mosca nello stesso anno Game-o-Matic calcola e visualizza in tempo reale la posizione dell’atleta che taglia il traguardo. Nel 1988 a Seul tutto il cronometraggio è computerizzato con risultati, classifiche e analisi raccolte in un database. Nel 1996 si comincia a entrare nei dettagli..……PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO ACQUISTA IL MAGAZINE 

Eleganza olimpica e potenza esplosiva

Omega Speedmaster Mark II Rio 2016, con cassa in acciaio di 42,40 mm, sul quadrante i contatori 30 minuti, a ore 3, 12 ore al 6 e piccoli secondi al 9, sono decorati rispettivamente da un anello in bronzo, in oro giallo e argento. Cronografo a carica automatica; in edizione limitata a 2016 esemplari.

Seamaster Bullhead Rio 2016 di Omega, cassa in acciaio, lunetta girevole interna con scala di 60 minuti. Cronografo a carica automatica