Il tempo vola

Gli uccelli affascinano l’uomo da millenni, siano essi simboli religiosi o fedeli compagni di caccia. Dal re Salomone che parlava il loro linguaggio ai corvi messaggeri del dio Odino,dai trattati medievali di falconeria a quelli di etologia del XX secolo, dall’arte all’orologeria, il canto dei pennuti ha e avrà sempre molto da insegnarci

Testo di Liliane Lami

Solo gli iniziati possono  parlare con i pennuti e farseli amici. Lo stupore suscitato dagli uccelli nell’uomo è antico quanto le religioni stesse. Nei monoteismi i volatili assurgono a simbolo di trascendenza e della lotta contro il male: basti infatti pensare alla colomba, più volte citata nella Bibbia e nel Vangelo, all’aquila che coi suoi artigli ghermisce le serpi diaboliche e al simbolo rosacrociano del pellicano che si strappa il cuore per nutrire la prole, a guisa del Cristo che ha immolato le carni per l’uomo. A San Giovanni, il più ermetico degli evangelisti, i padri della chiesa diedero come allegoria proprio l’aquila, che ancora oggi, da quando venne disegnata da Harris Brisbane Dick, presso la corte rinascimentale di Ferrara, nei tarocchi, veglia sul mondo (carta numero XXI). Sempre in ambito esoterico non si può non citare l’aquila a due teste ornate da una corona: simbolo dei cavalieri di Malta ed effigie del 33° grado massonico. Nel sufismo, la corrente più mistica del mondo islamico, vi è un celebre poema del XII secolo intitolato Il verbo degli uccelli, in cui si afferma che chi è in grado di parlare con gli uccelli possiede anche la chiave del linguaggio angelico. In modo analogo anche nella Qabala ebraica vi è il parallelismo tra uccelli ed entità divine, infatti solo i saggi iniziati ai segreti della mistica possono dialogare con loro, come il Re Salomone, sovrano biblico che parlava con gli animali e in particolar modo con i volatili. Non a caso il libro più celebre dell’etologo Konrad Lorenz, esperto di linguaggi animali, si intitola proprio L’anello di Re Salomone. In un altro suo saggio, intitolato Il declino dell’uomo, quando tratta del problema della sensibilità valutativa dei viventi, chiedendosi se esista il bello in sé, Lorenz afferma persino che la capacità canora di certi uccelli è così bella da imbarazzare gli uomini che si credono unici detentori della capacità di creare opere d’arte.

Nel Ballon Bleu de Cartier Pappagallo i petali dei fiori si trasformano nel piumaggio dell’uccello, becco in onice (105mila euro).

L’aquila bicipite imperial-regia, l’emblema dell’Impero asburgico.

Sul quadrante del Lady Arpels Carmin di Van Cleef & Arpels, intarsi in pietra dura fanno spiccare il volo a un cardinale

Il pellicano dell’ordine segreto dei Rosacroce: particolare dalla vetrata della Pfarrkirche di Weiler, Austria. Dando in pasto il proprio cuore ai piccoli rappresenta la devozione e il sacrificio.

Se a qualcuno interessasse, a detta di questo grande naturalista austriaco, il canto più bello appartiene all’uccello passeriforme Shama Groppabianca, nome scientifico Copsychus malabaricus. Nella mitologia nordica gli uccelli sono esaltati per altre qualità, oltre a quella musicale: l’occhio del falco scorge ciò che l’uomo non può vedere e il minuto passerotto può assistere con discrezione a quelle scene che neanche la più scaltra delle spie potrebbe mai vedere. Odino, infatti, possedeva due corvi, Huginn e Muninn, suoi fedeli amici, che lo ragguagliavano su ciò che accadeva tra i mortali. Allo stesso modo anche Sigfrido, come è decantato nel compendio mitologico norreno Edda maggiore, deve la sua saggezza agli uccelli, di cui conosce l’idioma da quando si è nutrito con carne di drago.

Il quadrante dell’Altiplano Feather Marquetry è realizzato con le piume (55mila euro).

Una cinciallegra canora domina la parte bassa del quadrante del The Charming Bird di Jaquet Droz (446.700 euro).

Uccelli, fiori e rami, in oro scolpito nel quadrante del Mademoiselle Privé Coromandel Oro Scolpito Flying Birds di Chanel (250mila euro).

L’amore per l’arte falconiera, tra scienza e tecnica 

Non bisogna però pensare che durante il Medioevo tutto l’amore per i volatili fosse relegato al mondo astratto della religione: mentre i trovatori e gli alchimisti, attraverso un linguaggio segreto chiamato Langue des oiseaux, si scambiavano arcani messaggi esoterici trattanti di tarocchi e iniziazione spirituale, l’imperatore Federico II di Svevia (1194-1250), nipote di Barbarossa, si preoccupava invece di vergare il primo compendio scientifico trattante di ornitologia. L’arte di cacciare con gli uccelli è un testo composto in sei libri, restato incompiuto nonostante i 30 anni di lavoro dell’autore. All’inizio il testo, anticipando gli studi di Carlo Linneo, offre una didascalia precisa dei differenti uccelli e li classifica in specie differenti, mettendo in particolare risalto quella dei rapaci. In seguito descrive il rapporto che si instaura tra il cacciatore e il proprio animale, la loro nutrizione e le tecniche di addestramento, come il brutale accigliamento, ossia la cucitura delle loro palpebre al fine di renderli più mansueti, che oggi è stato sostituito con l’uso di un cappuccio in cuoio. Federico II di Svevia era un sovrano illuminato, celebre per aver abolito la schiavitù, presso la sua corte ospitò filosofi di ogni paese, istituì scuole di giurisprudenza, indisse persino una crociata salpata per Gerusalemme nel 1227 e si occupò di strategia militare, filosofia greca e programmi per instituire la pace in tutta Europa. Tra tutte le arti da lui coltivate, però, solo in quella della falconeria trovava lo strumento più idoneo per rafforzare ed elevare l’uomo, siccome richiede un rapporto armonioso con la natura, pazienza, tecnica, tenacia e tanta dedizione.

La «Madonna del cardellino» di Raffaello Sanzio, 1506 circa.

Questo amore per il mondo dei rapaci e l’osservazione della natura si ritrova nella Toscana rinascimentale secoli dopo: celebri sono infatti gli studi sul movimento delle ali d’uccello di Leonardo da Vinci, sulla base dei quali costruire i suoi prototipi.

I volatili in poesia e letteratura
Meno nota e più simbolica è invece la passione di Dante per l’arte della caccia col falcone, che persino in diversi canti del Paradiso non mancherà di citare: “ L’anima che corre al richiamo si somiglia al falcone che vola al logoro quale falcone che prima à piè il mira indi si volge al grido e si protende per lo desio del pasto là tira lo spirito disdegnoso si paragona al falcone disilluso (…)” Sempre nel XIII secolo anche Brunetto Latini, autore del Tesoretto, snocciola una serie di lezioni inerenti l’arte della falconeria e persino la Chiesa, refrattaria al portare in chiesa gli animali, concederà ai suoi ecclesiastici di posare il loro falcone accanto al pulpito durante le funzioni religiose. Nel 1558 vide la luce un altro importantissimo trattato di falconeria, redatto da Francesco Sforzino da Carcano, nobile vicentino, chiamato Tre libri de gli uccelli da rapina. Shakespeare, intellettuale che coltivava la passione per gli sport, dalle bocce al tennis e alla caccia, ricorre sovente al gergo della falconeria nei suoi testi, e in particolare ne La Bisbetica. A detta sua, l’arte di ammaestrare un falcone non è poi così differente dall’arte di rendere mansueta una donna selvatica

Lucea Il Giardino Paradiso di Bulgari. Su un cielo di madreperla blu si stagliano un uccello del paradiso, fiori e foglie dipinti a mano (109mila euro).

Un cigno bianco sguazza sul luminoso quadrante guilloché in smalto cloisonné del Calatrava Cigno bianco ref. 5077/100G di Patek Philippe.

Il cigno incastonato con diamanti brilla sul quadrante in smalto champlevé Grand Feu blu scuro e guillochage eseguito a mano del Vacheron Constantin Métiers d’Art L’éloge de la nature-Cigno.

Leda col cigno, di un pittore leonardesco, 1510-1520 circa, conservato nella Galleria Borghese a Roma.

Sul quadrante in smalto del Master Grand Tourbillon Enamel di Jaeger-LeCoultre spiccano il volo degli aironi (271mila euro).

La smaltatura del quadrante, dipinto a mano, del Pheasants and Flowers di Ulysse Nardin raffigura un fagiano su uno sfondo di rocce e fiori (39.800 euro).

Il quadrante dello Slim d’Hermès Mille Fleurs du Mexique, in madreperla, riproduce motivi floreali e piume (60mila euro).

Il cardellino domestico:  la musica della natura tra le dita.
Agli antipodi dei rapaci addomesticati, simbolo di saggia veemenza di chi li possiede, vi è il minuto cardellino domestico, uccellino canoro simbolo di umiltà, perché nonostante la delicatezza predilige la vita tra i rovi. Si dice che la sua testolina, come il petto del pettirosso, sia colore del sangue perché cercò, avvalendosi del suo becco piccino, di togliere le spine dei rovi dalle carni del Cristo martoriato. Se i rapaci sono prevalentemente animali maschili, in voga presso gli Unni, feroci e amatissimi dal crudele sultano ottomano Solimano il Magnifico che tentò di invadere l’Europa, il cardellino è invece il tipico uccellino d’affezione femminile, di gran moda presso le dame rinascimentali. Tema assai ricorrente nelle belle arti, il celebre quadro di Raffaello Sanzio intitolato La Madonna dal cardellino e l’omonima opera di Giambattista Tiepolo del 1760 hanno come soggetto proprio questo grazioso pennuto. Ricordiamo anche la sonata di Vivaldi intitolata proprio al simpatico fringillide dalla testa rossa, e Adolphe William Bouguereau, nel quadro del 1867 intitolato L’oiseau chéri..…
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Il dipinto L’oiseau chéri, Adolphe William Bouguereau, 1867.