SIHH, a Ginevra il Salone delle meraviglie

L’apertura della prima edizione del Sihh, nel 1991. con cinque espositori pionieri,Baume & Mercier, Cartier, Daniel Roth, Gérald Genta e Piaget.

Non una fiera, ma un evento che ha saputo unire il gusto del bello e la cultura delle lancette. Coraggioso e intransigente sui valori della tradizione, da 27 anni il Salon International de la Haute Horlogerie di Ginevra conserva intatto il suo spirito originale.

testo di Stefano Salis

Alla fiera di Basilea si mangiava male. E si dormiva male. Anche gli spazi per ospitare i clienti erano inadatti. E così nel 1990 ho deciso di dar vita a un salone di mio gusto». Non c’è forse modo più efficace di rievocare le origini del Salone della Alta Orologeria di Ginevra che questa confidenza strappata nel 2015 da Le Figaro ad Alain-Dominique Perrin, all’epoca a capo di Cartier, poi, dopo l’ingresso della Maison in Richemont, uno dei protagonisti dell’espansione del gruppo guida del lusso nella misura del tempo. Per carità, i segreti del successo di quella che è probabilmente la più bella e nobile fiera del mondo non consistono certo in un buon ristorante stellato. Ma il ricordo rende bene l’idea del connubio tra il gusto del bello e quello del saper vivere, ingredienti fondamentali della risposta di alcuni spiriti liberi consapevoli che, per reagire allo shock provocato dal successo degli orologi al quarzo made in Japan, l’industria elvetica doveva ripartire dalla creatività e dai talenti della haute horlogerie garantendo ai professionisti un luogo di incontro tra le griffe che andasse al di là della fiera commerciale..

Franco Cologni con la moglie Adele, alla prima edizione del Salone.

E non poteva che farlo da Ginevra, calvinista e cosmopolita, da sempre il tempio della cultura delle lancette e delle pendole, non da Basilea, la città della chimica, non dei talenti artigiani. Di qui la decisione di inaugurare, nel 1991, il primo Salon International de la Haute Horlogerie occupando 4.500 metri quadri del Palexpo (contro i 40mila metri quadri dell’edizione 2017). Cinque i pionieri che decisero di lasciare Basilea per far rotta sulle rive del lago Lemano: Baume & Mercier, Cartier, Piaget, Gérald Genta e Daniel Roth. Una sfida difficile, più divisiva che ecumenica, ma vincente perché il Sihh ha potuto contare, oltre che su Perrin, sul genio di Franco Cologni, fin dalle origini l’eminenza grigia del salone che ha contribuito a creare, in luogo di una fiera commerciale di lusso, un vero e proprio evento, appuntamento d’obbligo per individuare le tendenze del tempo, tra prodotti da favola, dibattiti sui millennial o l’elogio della lentezza. «È stato il tandem Perrin- Cologni», ha commentato un analista, «a rispolverare il fascino dell’industria ginevrina, cioè a rendere sexy un’industria che non lo era affatto».

SIHH 1995

SIHH 2011

SIHH 2012

SIHH 1999

SIHH 2007

SIHH 2015

Ci voleva una coppia così per sfidare, con lucida follia, il «progresso» rappresentato in quegli anni dal quarzo, contrapponendogli l’arte e i segreti dell’industria meccanica, mix di sapienza artigiana e creatività. «Occorreva essere dei visionari», commenta Fabienne Lupo, l’attuale presidente della Fondation de la Haute Horlogerie, «per creare una manifestazione concentrata su questo tema». Eppure, passo dopo passo, l’idea è cresciuta. Nel 1993, due anni dopo l’esordio, la manifestazione passa da cinque a sette giorni per far fronte a dibattiti e conferenze sia sul settore sia, più in generale, sulle tendenze del lusso a livello globale, confermato da ospiti d’onore come l’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt e l’ex segretario generale dell’Onu, Javier Pérez de Cuéllar. Intanto il nucleo duro si allarga: esce Franck Muller, ma rientrano Gérald Genta e Daniel Roth che si affiancano a Baume & Mercier, Cartier, Piaget e Alfred Dunhill. Nel 1998 le Maison salgono a dieci (arrivano Vacheron Constantin e Parmigiani Fleurier), compresi gli indipendenti Christophe Claret e Antoine Preziuso.

Il taglio del nastro dell’edizione 2016 con Fabienne Lupo, presidente della Fondation de la Haute Horlogerie, e Pierre Maudet, consigliere di Stato del Cantone di Ginevra.

Ma la mappa del mercato è in costante evoluzione: Breguet viene assorbito da Swatch, Daniel Roth e Gérald Genta lasciano il Sihh dopo l’acquisizione da parte di Bulgari. Ma entrano A. Lange & Sohne, Iwc, Jaeger-LeCoultre e Van Cleef & Arpels, passato nell’orbita di Richemont. Nel 2005 apre i battenti la nuova sede, la Cité du Temps ideata dall’architetto Giampiero Bodino. E così via, fino all’apertura del Carré des Horlogers (anno 2016), ampliamento degli spazi espositivi e dei marchi presenti, 24 in tutto nell’ultima edizione, sempre più ricca e impreziosita da esposizioni originali, tipo quella intitolata «24 ore nella vita di un cucù svizzero». Ma anche oggi, arrivato all’edizione numero 27, il salone non tradisce lo spirito delle origini: innovatore coraggioso e irriverente ma intransigente sui valori della tradizione. Un mix complicato in tempi difficili per un settore da sempre abituato a crescere, alle prese con la fase di stanca della domanda cinese e con la sfida della rivoluzione digitale che avanza al polso grazie agli smartwatch, e che non ammette compromessi di stile.………PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO ACQUISTA IL MAGAZINE